giovedì 14 febbraio 2013

Riduzione del mantenimento alla ex quando cambiano le condizioni economiche


Nella sentenza n. 1779/2013, depositata lo scorso 25 gennaio, la Prima Sezione Civile della Suprema Corte sancisce il principio della riducibilità del mantenimento stabilito dal Giudice della separazione, laddove siano mutate le reciproche condizioni economiche degli ex coniugi. Allo stesso tempo, ribadisce l'obbligo del genitore al mantenimento del figlio maggiorenne libero da impegni scolastici e inoccupato non per sua colpa.

Nel caso de quo, il ricorrente faceva valere in Appello - senza ottenere soddisfazione - l'avvenuta riduzione del suo reddito a seguito di pensionamento per motivi di salute, e il contemporaneo incremento del reddito dell'ex moglie che aveva nel frattempo trovato un impiego stabile e ricavato denaro dalla vendita di un terreno e dalla locazione di una casa di sua proprietà.


Avv. Carlo Ioppoli - Presidente ANFI - Associazione Avvocati Familiaristi Italiani -

martedì 18 dicembre 2012

Cassazione: separati e in affitto? Potete sperare in uno 'sconto' sul mantenimento


Siete sposati da cinque e più decadi e cominciate ad avvertire una certa "staticità" nel rapporto con il vostro partner? Personalmente vi consiglierei vivamente di tenevi quel che avete, a costo di sopportare sbuffate da pentola di fagioli in ebollizione oppure rigirate per aver lasciato lo sportello del frigo aperto. Pena rischiare il completo depauperamento per via della separazione e dell'insostenibile carovita. Tutto ciò ovviamente se siete esponenti del sesso maschile.

Eppur capita che qualche intrepido temerario e sognatore, sia convinto e speranzoso a tal punto da credere di potersi rifare una vita dopo cinquant'anni (50!) di matrimonio.
Convinto e speranzoso come un signore di Trapani, che dalla moglie ha voluto appunto separarsi dopo quasi mezzo secolo trascorso insieme.

Nel 2005 l'uomo era stato condannato in primo grado a mantenere la ex moglie con un assegno di 671 euro. Moglie a cui era stato riconosciuto anche l'uso della casa familiare. La cifra venne però rivista e corretta nel 2008 dalla Corte d'appello di Palermo, scendendo a 250 euro, sulla base del fatto che l'uomo era andato a vivere in una casa in affitto.

Ma se poi la nuova vita vi spinge a voler rivivere i bei momenti passati da "signorino" potrebbe essere necessario risparmiare ancora di più sull'assegno di mantenimento, e perché non chiederne allora l'annullamento totale?

È così che il nostro neo-giovinetto ha pensato che per render più degna la ritrovata vita da single fosse ad uopo un bel ricorso in Cassazione. Anche in virtù del fatto che oltre all'affitto avesse dovuto sostenere ben due ristrutturazioni della casa abitata dalla ex compagna, per cui aveva sborsato più di trentamila euro.

La Prima sezione civile della Suprema Corte, con sentenza n.22950, ha però respinto il suo ricorso, sulla base del fatto che l'assegno era già stato fortemente ridotto dal giudice d'appello, proprio tenendo conto degli "oneri derivanti dalla locazione di un nuovo alloggio resa necessaria dall'intervenuta cessazione della convivenza dei coniugi e dalla anticipazione di due erogazioni per la ristrutturazione della casa" per importi pari a 23 mila e a 10 mila euro".

Allora forse meglio tenersi stretto ciò che si ha, anche una moglie rompiscatole. Perché vale (così sembrerebbe) il detto: "gallina vecchia fa buon brodo". È come si sa il brodo non costa certo come il caviale!
Avv. Carlo Ioppoli
Presidente Avvocati Familiaristi Italiani

mercoledì 5 dicembre 2012

Addebito della separazione al coniuge che ha una relazione extraconiugale di natura omosessuale


Con la sentenza 19114 del 6 novembre 2012, la Corte di cassazione ha affermato la legittimità dell'addebito della separazione al coniuge che ha una relazione extraconiugale di natura omosessuale testimoniata dai familiari del consorte tradito. Insomma, per la prima sezione civile la violazione degli obblighi di fedeltà e assistenza nei confronti del partner, che ha portato alla separazione della coppia per il fallimento del rapporto matrimoniale determinato dai soli comportamenti incompatibili con i doveri coniugali dell'uomo, giustificano l'addebito, in questo caso, al marito.
A tali comportamenti è stata attribuita «efficacia casuale determinante dell'intollerabilità della convivenza dopo le sue scelte»  che, oggettivamente, non potevano dare ancora base a un "vero" rapporto di coppia. Inoltre, Piazza Cavour ha considerato sufficienti e lecite le dichiarazioni riportate dai parenti della moglie. Per questo motivo, il ricorso è stato ritenuto inammissibile condannando l'uomo a rimborsare alla moglie le spese del giudizio di cassazione.

Avv. Carlo Ioppoli
Presidente ANFI - Associazione Avvocati Familiaristi Italiani -

mercoledì 21 novembre 2012

Cassazione: niente sesso con il marito? Allora ti addebito la separazione!


Ormai si sta prendendo l'abitudine a quelle sentenze della Corte Suprema che trasbordano nella sfera privata, soprattutto quando si tratta di contese a livello familiare. Dove per familiare si intende "tra (ex) moglie e (ex) marito".

Questa volta tocca ad una coppia fiorentina, "scoppiata" dopo la nascita della loro figlia, al seguito della quale la signora M.T. si era letteralmente (e fisicamente!) rifiutata di avere rapporti sessuali con il proprio partner. Il rifiuto, che si protraeva ormai da ben sette anni (!), aveva spinto il marito, L.
C., a dormire in una stanza separata. Per non cadere in tentazione e beccarsi l'ennesimo due di picche, aggiungerei io. Ah, scordavo, oltre a negarsi al marito non si preoccupava nemmeno di tenere pulita ed in ordine la casa.

Il marito dopo anni di tentativi di approccio caduti nel vuoto, si era deciso a chiedere la separazione. Risoluto anche nel non tirar fuori nulla per la ex. Il Tribunale di Firenze, nel 2005, aveva però minimizzato i disagi vissuti dall'uomo, in funzione del fatto che per il giudice la " 'sedatio concupiscentiae' non era l'unico esclusivo fine del matrimonio". Forse che si, forse che no. Alla moglie intanto era stato riconosciuto un addebito per la separazione.

Ma la questione non si è chiusa con questa sentenza. L'uomo aveva fatto ricorso alla Corte d'Appello, certo in cuor suo di avere tutti i diritti ad una normale vita sessuale con la moglie. E la Corte ha accolto il suo ricorso, bocciando la precedente decisione del Tribunale.

A questo punto è stato il turno della donna, che ha scelto di fare ricorso in Cassazione. I giudici però hanno confermato la decisione della Corte d'Appello. E lo hanno fatto con la seguente motivazione: "il persistente rifiuto di intrattenere rapporti affettivi e sessuali con il coniuge - poiché, provocando oggettivamente frustrazione e disagio e, non di rado, irreversibili danni sul piano dell'equilibrio psicofisico, costituisce gravissima offesa alla dignità e alla personalità del partner - configura e integra violazione dell'inderogabile dovere di assistenza morale sancito dall'art. 143 c.c., che ricomprende tutti gli aspetti di sostegno nei quali si estrinseca il concetto di comunione coniugale". In poche parole ciascun partner è tenuto a soddisfare i bisogni dell'altro, pena il rischio di addebito della separazione

La Prima sezione civile della Corte (sentenza n.19112/2012), ha così respinto il ricorso della signora M.T., che si opponeva all'addebito della separazione. Rimarcando che il rifiuto di rapporti sessuali nella coppia "non può in alcun modo essere giustificata come reazione o ritorsione nei confronti del partner e legittima pienamente l'addebitamento della separazione, in quanto rende impossibile al coniuge il soddisfacimento delle proprie esigenze affettive e sessuali e impedisce l'esplicarsi della comunione di vita nel suo profondo significato". Oltre a ciò la donna e' stata condannata a farsi carico delle spese processuali sostenute dall'ex marito, per un importo totale di mille euro.

Donne quindi ricordatevi, sforzatevi di fare le geishe, se non volete brutte sorprese in caso di rottura.

Avvocato Carlo Ioppoli - Presidente Associazione Avvocati Familiaristi Italiani -


mercoledì 10 ottobre 2012

L'uomo ha diritto a svolgere il proprio ruolo paterno


L'opposizione della madre, che per prima ha riconosciuto il figlio, all'attribuzione a quest'ultimo anche del cognome paterno, deriva dalla volontà di eliminare l'esperienza negativa vissuta con quel partner. 

"Quando la filiazione naturale nei confronti del padre sia stata accertata o riconosciuta successivamente alriconoscimento da parte della madre, al fine di decidere se attribuire al figlio il cognome del padre, aggiungendolo osostituendolo a quello della madre, il giudice, prescindendo da qualsiasi meccanismo di automatica attribuzione delcognome, deve valutare l'esclusivo interesse del minore, tenendo conto che è in gioco, oltre all'appartenenza del minoread una determinata famiglia, il suo diritto all'identità personale, maturata nell'ambiente in cui è vissuto fino a quelmomento. Dal sito del corriere della sera.it.

Ne discende che dovrà ritenersi legittima l'attribuzione al minore del cognome del padre, in aggiunta a quello della madre,allorchè il giudice, per un verso, escluda la configurabilità di un qualsiasi pregiudizio derivante da siffatta modificazioneaccrescitiva del cognome, e, per altro verso consideri che, non versando ancora nella fase adolescenziale opreadolescenziale, il minore, tuttora bambino, non abbia ancora acquisito, con il matronimico, nella trame dei suoirapporti personali e sociali, una definitiva e formata identità (suscettibile, in ipotesi, di sconsigliare l'aggiunta delpatronimico). Cass. Sez. I civile - Sentenza 21 gennaio - 5 febbraio 2008 n. 2751.

La vicenda può essere così riassunta: il padre effettua formale riconoscimento del figlio di cinque anni e avanza domanda,ex articolo 262 c.c., di attribuzione al minore del proprio cognome in sostituzione di quello materno.

Il Giudice minorile, con provvedimento confermato dalla locale Corte di appello, dispone che il bambino assuma ilcognome del padre in aggiunta a quello della madre.

Avverso il decreto emesso dai giudici di secondo grado propone ricorso per cassazione la madre, insistendo perl'attribuzione al minore del proprio cognome in via esclusiva.

La Suprema Corte, però, disattende le doglianze della madre, affermando la legittimità dell'attribuzione del cognome delpadre in aggiunta a quello materno, poichè il minore non ha ancora acquisito una definitiva identità personale.

L'opposizione della madre, che per prima ha riconosciuto il figlio, all'attribuzione a quest'ultimo anche del cognomepaterno, deriva dalla volontà di eliminare l'esperienza negativa vissuta con quel partner.

Ne discende, però, la conseguenza più grave della radicale negazione del diritto dell'uomo a svolgere il proprio ruolopaterno.

In altri termini, l'intento della madre di dimenticare forzatamente la relazione precedente e di preservare gli equilibri delsuo attuale assetto familiare, detremina un oggettivo danno per il figlio, che si vede negata la possibilità di instaurareun'effettiva relazione con il padre, sulla base dell'unilaterale scelta della madre. 

La Suprema Corte, con la citata sentenza, afferma che il giudice, al fine dell'attribuzione del cognome paterno, devevalutare l'interesse del minore a essere identificato nel contesto delle relazioni sociali in cui è inserito. 
Va inoltre rammentato che l'attribuzione del doppio cognome costituisce, peraltro, espressione tangibile di quel diritto deifigli alla bigenitorialità che le innovative disposizioni introdotte dalla legge 54/2006 hanno sancito con forza. 



Avv. Carlo Ioppoli - Matrimonialista - 
www.avvocatoinlinea.com    

Milano in crescita genitori separati e il 36% dei bambini vede solo un genitore


Genitori distrutti da una separazione sono separati, divorziati, ragazze madri, vedove.

MILANO - Solo mamma o solo papà: bambini costretti a vivere con un solo genitore sono aumentati del 36% in tre anni a Milano. Nella città una famiflgia su tre è monoparentale, come pubblicato sul Corriere in edicola domenica 7 ottobre alle pagine milanesi dedicate alla Città del bene (mail pervoi@corriere.it). Evidente che il numero di mamme e papà che si trovano in conflitto è in aumento.

DA SOLI - Genitori «spaiati» per loro scelta o per i casi della vita. Sono separati, divorziati, vedove, teen-mums senza compagno o magari single diventate madri con la fecondazione assistita. Il pensiero, sostiene Vittorio Vezzetti, co-fondatore di Figlipersempre Onlus e pediatra, è in primis per i figli che avrebbero bisogno di avere entrambe le figure vicine, come quotidiano punto di riferimento. «Un’imponente ricerca apparsa di recente su Children Society dimostra che soddisfazione di vita e benessere economico percepito dai figli di separati con affido materialmente congiunto (50% del tempo con ogni genitore) sono di poco inferiori a quelli delle famiglie intatte», dice l’esperto. Ma l’equilibrio dei genitori? Educare i figli, gestirne tutti i giorni il dopo-scuola, prendere atto dei loro cambiamenti (i terribili 2 anni, il passaggio cruciale dei 9, l’adolescenza) sono compiti pesanti che possono lasciare confusi e spaesati, se non si ha un confronto sereno con «l’altra» parte.

Maria Carlini, single con una figlia di 15 mesi
Maria Carlini, single con una figlia di 15 mesi

IL TERZO SETTORE ARRIVA IN AIUTO - ««A Milano sempre più spesso papà e mamme ‘spaiati’ fondano Onlus, siti ed associazioni per ritrovarsi in una sorta di cerchio solidale: la voglia di aiutare nasce anche dal bisogno vissuto in prima persona», osserva Agostina delle Fave, specializzata in diritto di famiglia. Le associazioni, una dopo l’altra, nascono in rete ma hanno ormai anche una sede fisica dove organizzano incontri e attività di socializzazione, consulenze legali o psicologiche, dibattiti. Da genitorisingolari.com a AutoMutuoAiuto.com, da papaseparatilombardia.org a genitorisoli.it o associazione-oneparent.it (che ha raccolto l’eredità di momsanddads.it), gli iscritti aumentano a vista d’occhio. Perché il bisogno c’è. «Senza un papà con cui darsi i turni nella gestione pratica quotidiana, ci si sente sempre dipendenti da 'qualcuno'. Quando studio o lavoro devo per forza chiedere aiuto ai miei genitori, ad esempio. Ma loro non l’hanno scelto, di avere una nipote così presto», si rammarica Maria Carlini, single di 19 anni con una figlia di 15 mesi avuta da un ragazzo cubano sparito al quarto mese di gravidanza. «Ho ricominciato ad aver voglia di vivere solo quando mi sono decisa ad offrire sostegno a chi, dopo vicende analoghe alle mie, si trovava ancora sott’acqua», fa eco Fausta Brambilla, vedova e con figlia a carico, che oggi conduce i gruppi di AMA sul lutto.


Alessandra Gissara, mamma separata «La condivisione è la chiave
Alessandra Gissara, mamma separata «La condivisione è la chiave

LE SEPARAZIONI - «Le difficoltà di una separazione sono sì economiche, ma anche (o soprattutto) psicologiche. Un esempio? Domenica pomeriggio al parco: il confronto con le famiglie dove entrambi i genitori sono presenti può destabilizzare. Trovarsi con chi ha vissuto esperienze vicine, invece, aiuta. Fa sentire un po’ più forti», dice ancora Bruno Aiazzi, papà di una ragazzina di 11 anni. Concorda anche Alessandra Gissara, mamma separata ed avvocato che da poco ha iniziato a collaborare con Oneparent. «La condivisione è la chiave di volta. E anche l’aiuto dato agli altri, perché è aiuto anche a se stessi. E se lo dico io che ho da gestire due figlie in piena fase adolescenziale … »



Elisabetta Andreis